di Guglielmo Rapino
In questi giorni stiamo assistendo allo stravolgimento della
quotidianità, la sovversione di quello che ogni famiglia ha costruito in anni
di routine e vita domestica. La clausura forzata ci sta mostrando la
possibilità dell’imprevedibile e l’eccezionalità di quello che fino a ieri ci è
parso fintanto scontato. Nella tragedia, si avverte in maniera flebile la
potenzialità di un tempo buono per riflettere e ricostruire; giorni per
progettare un domani dove ciò che siamo sia realmente il frutto di un processo
di scelta e non semplicemente figlio dell’inerzia.
L’incertezza di questo periodo fatto di
frustrazione e cambiamento rischia però di lasciare immutati i destini di chi è
da sempre abituato ad essere confuso nel grigiume dell’anonimato. Senza dimora,
diversamente abili, anziani schiavi della solitudine.
Le distanze forzate da un lato hanno
accentuato un sentimento diffuso di appartenenza: la sensazione di essere
vicini nella difficoltà soffia sullo spirito di gruppo cementando i lacci sciolti
delle comunità soprattutto a livello di quartiere (vedi le iniziative di ceste
solidali nate in molti supermercati). Dall’altro canto però le stesse distanze,
per effetto implicito della propria essenza, hanno riacceso una forma
d’individualismo sterile che ci spinge a pensarci i primi nella lista delle
necessità. Come a dire, essere lontani significa anche questo: spostare lo
sguardo dagli inciampi che riguardano gli altri, davanti c’è il nostro.
Spuntano allora delle domande: potrà un
virus aprire gli occhi sui punti d’ombra del nostro vivere insieme? Sapremo
interrogarci sul significato pratico dell’inclusione?
Forse. A Chieti, in Abruzzo, ad esempio,
c’è una casa di accoglienza che in tempi normali ospita più di cinquanta
persone accomunate dall’esigenza improrogabile di un tetto sulla testa e di un
pasto caldo nella giornata. Si chiama Capanna di Betlemme e prende in prestito
il nome dall’antica storia dell’infante nato un paio di millenni fa in una
capanna appunto, a Betlemme, e che crescendo disse sillabe di rivoluzione come
“beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”.
Accoglie come fosse una enorme famiglia persone in difficoltà senza
distinzioni, coloro che l’efficientismo della nostra epoca relega ai margini: senza
fissa dimora, persone e famiglie che hanno subito uno sfratto esecutivo , papà
separati, giovani con disagio sociale e/o psichico.
Oggi, nei giorni della quarantena, la
Capanna di Chieti, luogo dove sto svolgendo servizio volontario in
auto-isolamento, è divenuta ancor più un raro tempio dell’accoglienza
emergenziale. La chiusura forzata di strutture di sostegno diurne e notturne,
locali e bar della zona ha gettato chi è abituato a vivere ai bordi dei
marciapiedi nell’abbandono più totale e la vita di strada è divenuta una prova
di sopravvivenza da scontare nella rigidezza di una primavera che non sembra
ancora arrivare del tutto.
Nonostante la struttura fosse già al
completo e di certo non fosse facile garantire la sicurezza di accolti e
volontari già presenti, l’ex scuola delle suore Orsoline ha aperto ancora una
volta le proprie porte fino ad allargarsi a dismisura. La palestra è stata
trasformata in un dormitorio di fortuna e alcune delle aule di solito
utilizzate come deposito sono state riadattate con coperte e materassi. Inoltre
sono stati previsti alloggi in affitto grazie ai contributi di privati e altre
associazioni attive sul territorio quali “L’arca di Francesca”, “Missione
possibile”, “Terziari Francescani dell’Aquila, Pescara e Chieti” ed il “Centro
Studi Europa no profit”.
Gli operatori dell’unità di strada, armati
di guanti e mascherine, hanno svolto un lavoro d’incontro quotidiano, andando a
cercare le persone senza dimora nascoste tra parchi abbandonati e capannoni
fatiscenti nella zona tra Pescara, Montesilvano, Chieti, Francavilla al Mare e
Ortona. Il risultato è un piccolo miracolo: adesso l’associazione conta in
totale una ottantina d’inquilini e chi fino a ieri era costretto a nascondersi
ai margini dei marciapiedi ha trovato luoghi caldi dove riposarsi, lavarsi,
mangiare condividere con “qualcuno” e aspettare la fine di questo tempo
sospeso.
L’esempio di accoglienza e ospitalità
dell’Associazione Papa Giovanni XXIII può essere un segno per riflettere su
quello che ci aspetta quando la crisi sanitaria passerà. La vicinanza che
stiamo scoprendo in questo tempo di distacco può essere terreno fertile per
tornare a porre al centro del dibattito pubblico l’esigenza di includere le
fasce più martoriate della nostra società.
Alla base dell’attività della Capanna c’è
una filosofia chiara: l’evoluzione di una comunità si misura dalla capacità di
rompere lo schema statico del calcolo per farsi strumento di crescita al
servizio dei più sofferenti. La sofferenza non è uno stigma, non è un simbolo
di peccato, è invece un totem visibile a tutti perché serva da allarme e sia
catalizzatore di un’attenzione in più.
La speranza è che questi giorni di
profonda riflessione servano a fecondare la terra del dopo con il seme
dell’inclusione e della crescita sociale. Dalla capacità di riconoscere e
alleviare il dolore altrui dipenderà il valore del nostro stare insieme.
Co-fondatore del progetto Aware, ha trascorso anni in giro per il mondo, tra progetti no-profit ricerca su etica e management a NY e viaggi a pollice in su per le strade di mezza Europa. Dopo la laurea in Giurisprudenza lavora come avvocato praticante
sfoglia la rivista
Co-fondatore del progetto Aware, ha trascorso anni in giro per il mondo, tra progetti no-profit ricerca su etica e management a NY e viaggi a pollice in su per le strade di mezza Europa. Dopo la laurea in Giurisprudenza lavora come avvocato praticante
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