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Davanti a una morte senza funerale


di Lia Giancristofaro

La vita del 2020 è stata completamente travolta dalle misure istituzionali necessarie per arginare la pandemia da Covid 19. Infatti, le misure di contenimento vietano ogni forma di assembramento e di socializzazione, dunque anche i riti, precludendo la possibilità di celebrare col funerale il passaggio dell’estinto dal mondo dei vivi al mondo dei morti. Inoltre, il divieto della socializzazione impedisce alle famiglie di visitare i loro cari, ospedalizzati o ricoverati presso hospice e case di riposo. Il momento culturale “tradizionale” del gruppo che accompagna il proprio membro nel momento della morte, il fatto di poter alleviare con la presenza del gruppo la fase del distacco dalla vita, colpisce anche le persone e i gruppi di religioni non cattoliche, perché il cordoglio e il funerale sono una costante di tutte le culture.

Il fatto che venga meno quello che potremmo definire “culto dei morti” segna una frattura insanabile? Una decadenza rispetto alla civiltà? Sicuramente è necessario prepararsi ad elaborare questa crisi. La ferita maggiore non sembrano né l’isolamento (nonostante l’essere umano sia un animale sociale), né la prospettiva di una recessione globale, ma la questione del lutto “mutilato”. Il lutto, così come il cibo, è una costante culturale legata alla condivisione nel bene e nel male. I gruppi mangiano insieme, vivono insieme il cordoglio, addomesticano insieme le idee della vita e della morte. Questo accade a partire dall’uomo di Neanderthal, dalle prime testimonianze delle cerimonie funebri e dei riti. Le uniche vicende umane in grado di sospendere, per un lasso di tempo più o meno dilatato, questa pratica sono le pestilenze che, per questo, sconvolgono le società quanto le guerre, e scavano fratture tra il “prima” e il “dopo”. La mancanza del funerale, insomma, è una crisi dell’orizzonte temporale, e chi vive il momento con la postura del “resistiamo per tornare prima possibile alla normalità” potrebbe soffrire, in seguito, disillusioni e sensi di colpa. Mancano indicazioni condivise su larga scala per vivere la crisi come occasione per riflettere, in generale, sugli eccessi della specie umana e su come la pandemia abbia connessioni con la devastazione ambientale. Nel loro piccolo, nei sistemi locali, i gruppi non contemplano di dover cambiare registro. Attualmente, il “fare” ha in sé una forza catartica: fabbricare mascherine, organizzare sistemi di volontariato per provvedere ai bisognosi, telefonare ai propri conoscenti, illudersi che, finita l’emergenza, si tornerà alla vita di prima.
Oggi più che mai, per superare le tempeste, è necessario leggere, riflettere, imparare, approfondire, confrontarsi, sognare insieme un mondo migliore. Nessuno si salva da solo.

Lia Giancristofaro è Docteur d’études approfondies (EHESS, Parigi) e dottore di ricerca (Università  “G. D’Annunzio” di Chieti), dal 2016 è professore associato in Materie Demo-
Etno-Antropologiche presso l’Università di Chieti, dove insegna Antropologia

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