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Cronache carcerarie al tempo del coronavirus


di Ennio

Come ogni mattina, e questo succede da qualche tempo, alle 06.00 sono già sveglio e se non c’è qualcun altro che deve andare a lavoro sono il primo che se pur con gli occhi aperti si sforza di restare a letto. Mi alzo piano per andare al bagno, evito di fare rumore ma il sordo ronfo di Sandro e Gino coprono abbondantemente il calpestio dei miei passi.
Gli odori pesanti della notte mi convincono ad aprire un piccolo spiraglio della finestra, tanto la giornata si presenta calda ed un raggio di sole già rischiara il cielo.

Faccio le cose lentamente, non c’è fretta tanto non dobbiamo fare colazione, siamo in sciopero della fame già da domenica. Rientro in stanza ed accendo la TV, voglio sentire qualche novità in anteprima; il volume è al minimo tanto che per ascoltare mi sono avvicinato allo schermo. Le notizie sono declamate come un resoconto di un bollettino di guerra: contagiati, ricoverati con un numero di decessi tale da rendere la cosa maledettamente seria. La regione più colpita è la Lombardia con qualche caso anche in altre regioni limitrofe; e la paura che tutto possa coinvolgerci incomincia ad avvertirsi tra noi.
Si incominciano a svegliare anche gli altri; dopo uno svogliato ciao, vedendo la tele accesa, la prima domanda è: Novità? Ci si aggiorna sui numeri cresciuti rispetto a ieri ed alla richiesta se ci sono notizie per noi detenuti, riporto quella che avevo sentito ieri sera su Radio Radicale che preannunciava un intervento del Ministro Bonafede per il pomeriggio.
Sono le 07.30; il rumore di passi pesanti annuncia Vincenzo con il carrello delle colazioni; io come gli altri non prendiamo nulla; solo Antonio, il nostro più vecchio di stanza, si limita ad un po’ di the. E’ strano, ma la motivazione e la convinzione con cui abbiamo aderito allo sciopero è tale da non farci sentire lo stimolo della fame.
Parliamo tra di noi commendando con qualche perplessità in più l’evolversi della situazione del virus fuori dal carcere e  viene naturale essere allarmati per un malaugurato contagio che potrebbe venire dall’esterno tramite qualcuno degli operatori o guardie che giornalmente entrano ed escono dal carcere.

Siamo alle 08.30 quando arriva la pattuglia della ronda; tutti doverosamente indossano la mascherina, ci fanno le scontate domande e se abbiamo qualcosa da dire. Noi rispondiamo che siamo in sciopero della fame da domenica e che l’infermeria non ha chiamato nessuno di noi per la misurazione e registrazione del calo-peso.
Il capo-posto prende nota, non c’è alcun commento ed il cancello si chiude di nuovo in attesa dell’orario per andare al passeggio ossia per  andare fuori all’aperto dove è previsto  il consueto incontro di aggiornamento sul da farsi nella mattinata.
Alle 09,00 si scende giù al passeggio, ci si confronta con quelli del piano di sotto, si commenta sull’andamento della battitura della sera precedente che ha superato per intensità quella del giorno precedente a conferma della crescente coesione di tutti nel sostenere questa lotta che va avanti nel massimo rispetto delle limitazioni che ci siamo dati: quella di una protesta rumorosa ma civile per sostenere i nostri diritti alla difesa e protezione della nostra salute.
La convinzione di procedere su queste basi è unanime, allora per avere l’aggiornamento dei provvedimenti preannunciati dal Direttore il giorno prima, diamo il via alla battitura continua sulle inferriate richiedendo a gran voce la presenza del Direttore in cortile. Andiamo avanti per quasi un’ora in un crescendo sia di colpi alle inferriate che di toni alle incitazioni di presenza del Direttore. Sono le 11.00 quando il Dott. Pettinelli scende in cortile con comandante, ispettori, capo-posto e qualche guardia. La calca di noi detenuti si zittisce per ascoltare e non perdere nulla di quel colloquio che rappresentava la concretizzazione della flebile speranza per qualcuno di noi a poter uscire.
Il Direttore si era speso con il Magistrato di sorveglianza per accelerare la possibilità di uscita per quelli che avendone  i requisiti potevano sperare in una sollecita risposta; il giorno prima aveva chiesto a noi stessi di compilare un elenco dei possibili beneficiari; cosa fatta e consegnata ma con il naturale scetticismo che era dentro di noi che da tempo non facciamo altro che sperare in qualche cosa che possa migliorare la nostra condizione.
Poche parole sono bastate per avere la riprova di un coerente atteggiamento nel gravoso impegno  che il Direttore aveva preso quando era partita l’agitazione interna: N° 3 detenuti (evito i nomi) erano già pronti ad uscire e su altri cinque si aspettava la risposta a qualche ora di distanza.

All’annuncio si sono alzate grida ancora più forti di quelle della protesta, qualcuno di noi aveva raggiunto l’obiettivo, qualcuno di noi aveva raccolto il risultato della nostra lotta.
Per linearità comportamentale contestualmente viene deciso di alleggerire il tono della protesta; avremmo ripreso a far funzionare la cucina ed i servizi MOF di manutenzione, ma avremmo continuato lo sciopero della fame e le battiture in attesa di eventi e soluzioni da parte Ministeriale.
Sono le 12.30, siamo rimasti in cortile mantenendo fede allo sciopero della fame, come ogni giorno da quando è partita la protesta ci siamo allineati in file distanziati tra di noi e con le spalle rivolte al Carcere abbiamo intonato tutti l’inno di Bella Ciao in onore di quei detenuti morti nelle carceri Italiane. Alle 16.00 siamo risaliti, nel fare le scale l’appuntamento che ci si scambiava a coinvolgere tutti, era nella partecipazione alle due battiture serali dalle 20.00 alle 21.00  e dalle 22.00 alle 22.30.
La giornata andava finendo, rimaneva di aspettare gli appuntamenti a cui ogni volta davamo sempre più importanza perché quel frastuono per noi era la nostra voce attraverso cui volevamo comunicare il nostro profondo disagio ed avremmo voluto che fosse più forte ancora perché venisse sentita anche da chi volutamente ci continua ad ignorare.
Con questo spirito, con questi pensieri dentro abbiamo atteso organizzando una partita a scala quaranta, tanto doveva ancora passare il carrello della terapia serale ultimo degli appuntamenti che la routine giornaliera ci propina.
Ci siamo! Sono le 20.00, basta un fischio per richiamare tutti alla finestra e dare via al nostro concerto che in un crescendo esasperato va avanti per un’ora sino a spellarti le mani sulle quali non senti alcun dolore dopo che queste condizioni di vita ti hanno piagato con ferite ancora più profonde.
Avanti ragazzi; più forte! Ancora, ancora più forte.
E' questo l’incitamento che si può sentire tra i colpi che vengono scagliati sulle grate. Continuate!  E sarà così fino alle 21.00; poi alle 22.00 lo faremo ancora, ma vi assicuro che non è un gioco e nessuno di noi lo ha vissuto così.

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