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A proposito di Alda Merini, di quarantena e dei senza fissa dimora


di Guglielmo Rapino
Con l’emergenza sanitaria hanno chiuso parrocchie e centri di sostegno; per chi vive in strada è diventato impossibile trovare anche un bagno dove fare i bisogni. Davanti a questa situazione la Capanna di Chieti ha aperto ancora una volta le sue porte, allestendo letti di fortuna nella palestra. Serviva un volontario per seguire i nuovi accolti e sono andato.
Tra le nuove accolte ho conosciuto Elia, una signora sulla quarantina, agile e giovanile, che scelte e diffidenza avevano lasciata ai bordi del marciapiedi. Parlando, scopro che prima di venire inaridita dai riposi sui cartoni bagnati amava disegnare, dipingere. Le portiamo allora foglio e matite.
Ci pensa un po’ su, rigira la punta grigia sui polpastrelli e poi inizia. Ne viene fuori un piccolo miracolo, un pezzetto di vita precedente che si ricuce e fa pace con il presente. Disegna il volto di un’altra signora accolta, D. sorridente, solare. Mi hanno fatto notare che ha dei tratti somiglianti a quelli  della poetessa milanese Alda Merini. Penso sia vero e riguardandolo mi tornano alla mente alcuni dei suoi versi, fatali in questi giorni di quarantena.



Spazio, spazio, 
io voglio, tanto spazio 
per dolcissima
muovermi ferita:
voglio spazio per cantare 
crescere 
errare e saltare il fosso 
della divina sapienza.

Spazio datemi spazio 
ch’io lanci un urlo inumano,
quell’urlo di silenzio negli anni
che ho toccato con mano.



Mentre scrivo fuori comincia a nevicare. Questa primavera snaturata ha il segno di un tempo fuori dal tempo. Penso a chi questa sera non potrà essere accolto in palestra, a chi non avrà un foglio bianco con cui ricucire il proprio passato, a chi è perso. La neve scende piano e lascia tutto il tempo per sentirne il peso. Che questi tempi al rovescio siano almeno buoni per fare scuola di empatia e preparare il campo ad un domani dove “cantare crescere errare e saltare il fosso della divina sapienza”.

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